L'essere nel linguaggio: essere come "stare"

Comincio qui una serie di riflessioni completamente slegate dall'ontologia, che è scienza dell'essere in quanto essere. Queste parole non hanno alcuna pretesa di addentrarsi in questa affascinante quanto complessa branca della filosofia. Si tratta piuttosto di alcune considerazioni sui modi degli uomini di "dire" l'essere. In altre parole, quali sono gli usi e i significati della parola "essere"? Quali sono le concezioni che stanno alla base di questi usi? Questi usi sono sbagliati, mancanti in qualcosa, equivoci? Ovviamente, non si ha alcuna pretesa di completezza: diciamo che sono spunti di discussione.


Consideriamo innanzitutto l'uso più comune della parola "essere". Nella stragrande maggioranza dei casi, usiamo questa parola come verbo. Io sono, tu sei, egli è, e così via. Siamo soliti inoltre accompagnare il verbo con una determinazione: può trattarsi di un aggettivo ("Michele è simpatico"), di un complemento di specificazione ("La penna è di mia sorella"), di un complemento di compagnia, di un complemento di luogo, e così via. In questo uso, "essere" è da considerarsi un equivalente di "stare, permanere in uno stato". Ad esempio, Michele permane nella qualità di essere simpatico: è simpatico non in un istante, ma in un certo lasso di tempo. Allo stesso modo, la penna continua ad essere di mia sorella, prima, mentre e dopo che io pronuncio la frase.
Wittgenstein definisce un "fatto" come il sussistere di uno "stato di cose" (Sachverhalte), ovvero di un determinato modo in cui "stanno le cose". Dire che esiste uno "stato di cose" significa dire che le cose si trovano in determinate relazioni tra loro in un punto del tempo (il momento, l'istante). Quando usiamo, nel discorso, "essere" come "stare", non facciamo altro che descrivere con la parola un certo stato di cose, un certo insieme di relazioni fra oggetti, come se esso avesse un suo ben determinato posto nel tempo e nella realtà. Ma è così? Possiamo dire che gli "stati di cose" esistono, e non sono mere astrazioni logiche? Possiamo dire che parlando attraverso la descrizione di stati di cose descriviamo effettivamente la realtà come ci appare, senza applicare semplificazioni? Credo di no.
Osserviamo il mondo attorno a noi: dove sono gli "stati"? dove sono gli "istanti"? Proprio la parola "istante" è fonte dell'inganno, perchè pretende di rappresentare nel tempo (principale costituente della realtà come ci appare) un concetto astratto, geometrico: quello del punto adimensionale. Zenone ci insegna che i "punti" non hanno posto nella nostra realtà, ma sono solo costruzioni mentali, legittime solo nell'astrazione geometrica. Tutte le determinazioni del tempo (l'ora, il minuto, il secondo, il millesimo di secondo) rappresentano degli intervalli, ed è necessario che sia così: non si può misurare il tempo con gli istanti. Anche considerando la milionesima frazione del milionesimo di secondo, si tratterà sempre di un "intervallo" di tempo. Gli istanti sono inganni. Anche la stessa fotografia, che sembra possa catturare l'inafferrabile istante, è in realtà il risultato di una cattura della luce che avviene in un intervallo di tempo. Ristrettissimo, ma pur sempre un intervallo. Gli apparenti stati di cose rappresentati in una foto non sono tali: dall'inizio della cattura della luce fino alla fine, impercettibili cambiamenti avvengono, e gli oggetti non sussistono più in un determinato stato. Seguendo il processo opposto, i video imitano il flusso temporale attraverso una fittissima serie di foto sovrapposte: i fotogrammi, o, su un computer, le posizioni dei pixel, riportanti immagini "ferme" ma che a loro volta, per quanto detto, non rappresentano stati di cose.
A ben guardare, l'etimologia della parole "istante" è rivelatrice: il termine viene dal participio presente del verbo "Instare", che significa sovrastare, incalzare. L'istante nemmeno inizia, che già è finito. Non ha durata temporale, non ha esistenza, non è (secondo un uso del verbo essere che esaminerò in un secondo momento, l'essere come "esistere"). In-stare: dentro l'istante di trovano le cose, nelle relazioni che le legano. Ma come gli istanti, queste relazioni subiscono una continua e fluente modificazione: esse non sussistono, non permangono. Gli "stati di cose" sono dunque un inganno: non vale interpretare la realtà come un video, come una successione di fotogrammi, inframezzata da momenti di buio. Le relazioni fra cose non si accendono e si spengono d'un tratto: esse sono come una pasta, una forma fluida in continuo ed incessante movimento.
Così, se dal punto di vista pratico dire che "Michele è simpatico" può forse costituire un'approssimazione, una semplificazione accettabile, tutt'altra cosa è parlare, almeno con i dati che abbiamo a disposizione, di "momenti eterni", di "stati di cose", di predestinazione, di un universo cosmologicamente "immobile", di sostanza nel senso classico del termine, di etiche deontologiche valide sempre e comunque. Il mondo, almeno per come lo vediamo, è in continuo cambiamento. Tocca all'ontologia stabilire il senso e la verità di questo cambiamento, per quanto sia possibile alle facoltà umane.


"πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός"
"Tutto scorre, come un fiume"


(Eraclito)





5 commenti:

  1. Sono d'accordo diciamo su tutto, però per me l'istante non è affatto ingannevole.

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  2. Sia chiaro, non do valore "negativo" al concetto di istante. Esso semplicemente non mi sembra aderente alla realtà delle cose, come essa ci appare. Di conseguenza, non lo è nemmeno il concetto di stato di cose.

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  3. La definizione dell'istante è simile a quella del punto: entrambi non hanno nessuna dimensione. Come tanti punti formano una retta, tanti istanti formano una vita.

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  4. Quindi ogni istante racchiude l'essenza dell'esistere...

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  5. Al primo "anonimo" rispondo: La proposizione "Infiniti punti formano una retta" è valida per la geometria, che è una costruzione mentale. Essa appartiene, per quanto ne sappiamo, alla nostra mente: non ha un posto nella realtà. La dimostrazione più chiara di questo assunto è data, per assurdo, dai paradossi di Zenone. Nella realtà delle cose e del mondo non esistono enti adimensionali (contando anche il tempo come dimensione).
    Al secondo: non sono d'accordo. Chiarirò la mia opinione sull'essere come "esistere" in un prossimo post.
    Grazie per i commenti :)

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